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CEDU: Contro la discriminazione degli stranieri. Un caso tunisino in Italia

CEDU: Contro la discriminazione degli stranieri. Un caso tunisino in Italia

Con la recentissima sentenza Dhahbi c. Italia dell’8 aprile 2014, la Corte europea dei diritti dell’Uomo ha sancito due importanti principi: Il primo, magari non di immediata comprensione ma di fondamentale importanza, è che i giudici nazionali devono motivare il mancato rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia dell’Unione europea per non incorrere in una violazione dell’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che assicura il diritto all’equo processo. Il rinvio pregiudiziale permetterebbe, in casi controversi dove si discutono diritti umani, di evitare l’intero iter processuale dei tre gradi di giudizio prima di poter pervenire alla soluzione, appunto, relativa a questioni che riguardano i diritti umani.

Il secondo principio, su cui ovviamente vale la pena soffermarsi in questa sede, è che l’esclusione dei cittadini stranieri regolarmente soggiornanti con un permesso non di breve periodo da una prestazione sociale familiare in ragione unicamente della loro condizione di stranieri è incompatibile con il principio di non discriminazione di cui all’art. 14 della Convenzione europea.

Semplificando la vicenda, la sentenza della Corte Europea giunge ad epilogo di una causa che ha avuto inizio con la proposizione di un ricorso, da parte di un cittadino tunisino regolarmente soggiornante in Italia e con un permesso di soggiorno CE per lungo soggiornanti, avverso il diniego al riconoscimento dell’assegno INPS per nuclei familiari numerosi di cui all’art. 65 della legge n. 448/1998, fondato in base al fatto che la normativa riservava tale beneficio ai soli cittadini italiani e di altri Stati membri dell’Unione europea.

Avverso tale diniego il cittadino tunisino aveva proposto ricorso dapprima al Tribunale di Marsala, poi alla Corte di Appello di Palermo ed infine alla Corte di Cassazione, ma tutti i gradi di giurisdizione interni avevano dato ragione all’amministrazione ritenendo che il principio di parità di trattamento in materia di ‘sicurezza sociale’ di cui all’Accordo di Associazione euro-mediterraneo tra Comunità Europea e Marocco (art. 65 c. 1 e 2) dovesse trovare applicazione solo nei confronti delle prestazioni di natura previdenziale, sorrette da meccanismi contributivi e non fosse estensibile a quelle di natura meramente assistenziale, finanziate dalla fiscalità generale. Nonostante la richiesta della parte ricorrente, la Corte di Cassazione, con la sentenza depositata il 29 settembre 2008, aveva deciso di rigettare il ricorso senza motivare alcunché sulle ragioni per cui non riteneva necessario porre alla Corte di Giustizia europea una questione pregiudiziale.

Ancora una volta le Corti Italiane hanno scelto di dare priorità alle esigenze di bilancio ed hanno fortemente ristretto diritti fondamentali della persona.

La Corte di Strasburgo ha riconosciuto, nel caso di specie, da parte della Amministrazione Italiana (INPS) la violazione del principio di non discriminazione di cui all’art. 14 della CEDU in combinato disposto con l’art. 8 (rispetto della vita familiare), ricollegandosi la prestazione assistenziale in oggetto, destinata ai nuclei familiari numerosi, al sostegno fornito allo Stato all’istituzione della famiglia.

La Corte di Strasburgo chiarisce che una disparità di trattamento tra persone in situazioni comparabili è discriminatoria e dunque illegittima a meno che riposi su una giustificazione obiettiva e ragionevole, vale a dire se tale disparità non persegue uno scopo legittimo e non vi sia un rapporto di proporzionalità tra i mezzi impiegati e l’obiettivo indicato. Ebbene, dal punto di vista della Corte Europea, solo considerazioni molto forti possono giustificare delle disparità di trattamento fondate esclusivamente sulla nazionalità (cittadinanza) e dunque sulla mera condizione giuridica di straniero, e a tali considerazioni non possono essere assimilati gli interessi di bilancio e di contenimento della spesa pubblica da parte degli Stati. Le ragioni di bilancio e di contenimento della spesa, infatti, pur costituendo uno scopo legittimo, non rispondono ai principi di proporzionalità nel momento in cui trovino applicazione per escludere da prestazioni sociali di sostegno al reddito familiare immigrati stranieri che abbiano un sufficiente legame con lo Stato ospitante, in quanto vi soggiornino non in maniera irregolare o per ragioni di breve durata, bensì con regolare permesso di soggiorno e di lavoro.

Di conseguenza, la Corte europea di Strasburgo ha riconosciuto che il diniego opposto dallo Stato italiano al cittadino tunisino nell’accesso alla prestazione sociale familiare dell’assegno INPS nuclei familiari numerosi è incompatibile con il principio di non discriminazione di cui all’art. 14 della Convenzione e ha riconosciuto dunque al ricorrente il risarcimento del danno patrimoniale consistente nell’ammontare degli assegni non percepiti, sommati agli interessi legali, nonchè del danno morale, fissato in misura equitativa in 10.000 euro.

La sentenza della Corte europea di Strasburgo è molto importante perchè permangono nell’ordinamento italiano diverse disposizioni che tuttora prevedono disparità di trattamento tra cittadini italiani e dell’Unione europea da un lato e cittadini stranieri di Paesi terzi dall’altro in materia di accesso a prestazioni sociali familiari aventi natura assistenziale. Non tutti sanno infatti che la normativa interna, sebbene vigente, deve essere disapplicata ove la stessa si ponga in contrasto con i principi sanciti dall’Unione Europea e, per quanto riguarda i diritti, dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

La stessa normativa sull’assegno per nuclei familiari numerosi di cui all’art. 65 L. 448/98, sebbene modificata di recente con l’art. 13 della legge n. 97/2013, che ne ha previsto l’estensione anche a favore dei cittadini di Paesi terzi titolari di permesso CE per lungo soggiornanti, nonchè dei familiari di cittadini italiani e di altri Paesi membri dell’Unione europea, continua ad escludere dal beneficio i cittadini di Paesi terzi regolarmente soggiornanti con un permesso che consente l’esercizio di attività lavorativa. Uguale discorso vale per l’assegno maternità di base di cui all’art. 74 del d.lgs. n. 151/2001, che esclude dal beneficio le donne cittadine di Paesi terzi non titolari dello status di lungo soggiornante, così come per la ‘carta acquisti’ di cui all’art. 81 d.l. n. 112/2008, convertito nella legge n. 133/2008 (c. 32) (“carta acquisti” riservata agli anziani over 65 e bambini under 3), e per la ‘carta acquisti sperimentale’ di cui all’art. 60 del D.L. 9 febbraio 2012, n. 5, poi convertito in legge n. 35/2012, ed integrato dalle disposizioni di cui al D. L. 28 giugno 2013, n. 76, convertito, con modificazioni, dalla L. 9 agosto 2013, n. 99 (“carta acquisti sperimentale’ per i Comuni con più di 250 mila abitanti e per i Comuni delle Regioni del Mezzogiorno), riservata ai cittadini italiani, di Paesi membri dell’Unione europea, ai familiari di cittadini italiani e di Paesi UE, ai cittadini di Paesi terzi lungo soggiornanti, ai rifugiati e titolari della protezione sussidiaria, ma non anche agli stranieri regolarmente soggiornanti con permesso di soggiorno valido per l’esercizio di attività lavorativa.

Il diniego eventualmente opposto dalle Amministrazioni italiane circa l’ottenimento dei sopra menzionati strumenti a sostegno delle famiglie e dei lavoratori potrebbero quindi essere immediatamente decisi facendo riferimento alla pronuncia qui in evidenza.

Sarebbe infatti bastato, da parte del parlamento italiano, provvedere al recepimento nel diritto interno della direttiva europea 2011/98 del Parlamento europeo e del Consiglio del 13 dicembre 2011 relativa a una procedura unica di domanda per il rilascio del permesso unico che consente ai cittadini di paesi terzi di soggiornare e lavorare nel territorio di uno Stato membro e a un insieme comune di diritti per i lavoratori di Paesi terzi che soggiornano regolarmente in uno Stato membro.

Il Governo italiano, nel recepire tale direttiva con il d.lgs. n. 40/2014, non ha inteso, invece, abrogare le clausole discriminatorie a danno dei cittadini stranieri titolari del permesso di soggiorno valido per attività lavorativa, contenute nelle normative di settore nell’ambito del welfare già citate e pertanto, l’Italia si trova ora esposta al rischio di possibili procedure di infrazione del diritto UE, così come a contenziosi in sede giudiziaria, ove i ricorrenti possono fare valere il principio della diretta ed immediata applicazione del diritto UE e del suo primato su norme di diritto interno ad esso incompatibili, almeno nei casi in cui i ricorrenti possano fare valere un’anzianità lavorativa in Italia della durata di almeno sei mesi, in quanto tale è l’unica condizione posta dalla direttiva 2011/98 per fare valere una possibilità di deroga al principio di parità di trattamento da parte degli Stati membri.

Riguardo invece all’applicabilità della clausola di parità di trattamento in materia di ‘sicurezza sociale’ contemplata da diversi accordi euromediterranei stipulati tra Comunità europea e taluni Stati terzi (Marocco, Algeria, Tunisia, Turchia), per fortuna esiste già una consolidata giurisprudenza da parte dei tribunali di merito che si sono espressi a favore della sua applicabilità diretta ed immediata nell’ordinamento italiano con riferimento anche alle prestazioni cosiddette “miste” ovvero assistenziali e non sorrette da contributi, ma previste dalla legislazione di settore come ‘diritti soggettivi’. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 17966/2011, aveva già modificato il proprio orientamento poi sanzionato dalla nel caso Dhahbi dalla Corte di Strasburgo. La sentenza della Cassazione del settembre 2011 ha preso infatti atto della corretta portata applicativa della clausola di parita’ di trattamento in materia di sicurezza sociale contenuta negli Accordi euromediterranei, sottolineando che la prestazione allora in oggetto (un assegno di invalidità), pur costituendo prestazione assistenziale e non previdenziale, non impediva l’applicazione della clausola medesima, in quanto “non vi e’ sovrapposizione tra il concetto comunitario di sicurezza sociale e quello nazionale di previdenza sociale”. La Corte di Cassazione, dunque, aveva concluso nel senso di disapplicare la norma dell’ordinamento interno, per incompatibilità con il diritto comunitario, sia nel caso in cui il conflitto insorga con una disciplina prodotta dagli organi comunitari mediante Regolamento, sia nel caso in cui il contrasto sia determinato da regole generali dell’ordinamento comunitario, ricavate in sede di interpretazione dell’ordinamento stesso da parte della Corte di Giustizia europea”.

La sentenza dell’8 Aprile certamente confermerà tale nuovo e non discriminatorio orientamento della nostra giurisprudenza di legittimità dando al nostro ordinamento una maggiore espressione democratica e civile.

Leggi l'articolo in: Francese

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