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Libertà d’espressione in Tunisia, bloggers incriminati

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Quello di Myriam Bribri è solo l’ultimo di una lunga serie di casi in Tunisia. Anche lei rientra in quel gruppo di attivisti, blogger ad avere un’unica “colpa”: aver criticato sul web o sui social network l’attività delle istituzioni politiche o delle forze di polizia.

Un’azione che, però, in Tunisia vuol dire reato. Per queste ragioni Myriam Bribri da ottobre scorso viene perseguita dalla legge tunisina e come lei tanti altri.

Un recente report di Amnesty International fa emergere come dal 2018 siano almeno 40 i blogger, attivisti politici, amministratori di pagine Facebook e difensori di diritti umani a essere stati incriminati in Tunisia per aver osato criticare in rete le autorità locali.

E tutto questo sulla base di leggi repressive e ormai obsolete. Insomma, un vero e proprio bavaglio sulla libertà d’espressione nel Paese nordafricano.

Nello specifico, Myriam Bribri a inizio ottobre, dopo aver pubblicato un post su Facebook nel quale criticava l’operato della polizia, è stata convocata e interrogata dalla polizia giudiziaria di Sfax.

Il crimine per il quale viene accusata? “Danno intenzionale alle persone o disturbo alla loro quiete” in base all’articolo 86 del Codice delle telecomunicazioni.

Ebbene, per questo reato sono previsti fino a due anni di carcere. Al momento Myriam è in libertà provvisoria e in attesa del processo.

E le forze dell’ordine entrano spesso nel mirino della critica. Un destino simile a quello di Myriam è toccato a Imed Ben Khoud, attivista di Kerouane, arrestato per aver condiviso su Facebook una vignetta in cui gli agenti di polizia, disegnati cani col ministro dell’Interno che costruisce un canile. Anche in questo caso al centro della vicenda c’è la violazione dell’articolo 86. L’attivista è stato rilasciato, ma anche per lui l’inchiesta va avanti.

Questi sono solo due esempi di una situazione che è andata a peggiorare soprattutto nell’ultimo anno col ministero dell’Interno tunisino che ha alzato il tiro, annunciando un pugno sempre più duro “contro coloro che intenzionalmente offendono, mettono in discussione o accusano falsamente” i suoi dipartimenti. La nota sottolineava che “recenti ripetute dichiarazioni da parte di persone di diversa affiliazione, pubblicate da alcuni siti e organi d’informazione sono da considerarsi pericolose e possono mettere a rischio la sicurezza dello stato”.

“Purtroppo, quanto accaduto negli ultimi anni rappresenta una pesantissima macchia nel processo di democratizzazione della Tunisia. Il Paese del Gelsomino ad oggi è una democrazia incompiuta poiché non è stato sufficiente proclamarsi democrazia solo sulla carta, a seguito della rivoluzione, così come dotarsi di una Costituzione moderna, se poi questa non viene applicata e, al contrario, vengono riesumate leggi in totale contrasto con la stessa al solo fine di impedire la libera espressione garantita invece dal testo costituzionale. Il vero cambiamento dovrà essere, dunque, culturale oltre che formale.

Solo così la Tunisia potrà finalmente definirsi una piena democrazia”, sottolinea l’avvocato Giorgio Bianco, partner dello Studio legale internazionale Giambrone&Partners a Tunisi e a Sassari.

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